Milano by Sapiens è il racconto di nove personalità nate lontano da Milano e arrivate in città in fasi differenti della loro vita; qualche volta dopo avere girato l’Italia, qualche volta dopo avere girato il mondo. Sono professioniste cresciute in azienda. Sono protagonisti del giornalismo, della cultura, o della tv. Sono guru della divulgazione sul web. Personalità che a Milano hanno messo radici e costruito il loro successo e che ora probabilmente non ripartirebbero più. Sapiens è il social magazine di LUZ che ha ospitato le loro storie: Milano sono io è il luogo dove farle rivivere su una mappa.

Luoghi

Clubhouse Brera

N 45° 28' 17"
E 9° 10' 53"

Corso Lodi

N 45° 26' 45"
E 9° 12' 39"

Piazza Duomo

N 45° 27' 51"
E 9° 11' 16"

Porta Venezia

N 45° 28' 20"
E 9° 11' 54"

Spazio Meet, Piazza Oberdan

N 45° 31' 32"
E 9° 13' 49"

Stadio di San Siro

N 45° 28' 41"
E 9° 7' 18"

Studio Rai, Corso Sempione

N 45° 28' 45"
E 9° 9' 53"

Via Solferino 26

N 45° 28' 34"
E 9° 11' 7"

Credits

Sapiens

Online da luglio 2017, Sapiens è il social magazine di LUZ: nato per valorizzare l’archivio fotografico dell’agenzia e raccontare storie e personaggi con uno sguardo diverso, autentico e credibile, Sapiens è un inedito mix di approfondimento e intrattenimento. Vive sia sul sito spns.it che su Facebook e Instagram.

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luz.it

Antonio Moresco

L'ultimo incendiario

Scrittura, editoria, politica e misticismo nelle parole di Antonio Moresco, vero e proprio oggetto non identificato del panorama editoriale italiano

Testo di Silvia Bottani

ritratto di Antonio Moresco
© Leonardo Cendamo / LUZ

Sarà il suo passato da operaio o la lunga militanza politica, sarà il suo pensiero spigoloso e fuori dagli schemi ma Antonio Moresco è una figura di culto della letteratura italiana, un signore con la faccia di un santo ligneo e i modi affabili.I suoi romanzi sono gravidi di realtà, ma calpestano il realismo. Ha un’inventiva strabordante e una capacità prepotente di penetrare la sostanza del mondo. La sua scrittura incandescente spazia dai romanzi fiume, come Canti del Caos, ai saggi, come L’ardore e la lotta, passando per le fiabe per bambini (e per adulti). Guardato con venerazione e diffidenza, rappresenta un oggetto non identificato nel panorama editoriale.Siamo riusciti a incontrarlo, anche se non ha un indirizzo email, di fronte a un bicchiere di crema di caffè, per parlare di scrittura, politica, misticismo e del maledetto mondo editoriale.

ritratto di Antonio Moresco
© Leonardo Cendamo / LUZ
Partiamo dal libro delle fiabe che hai pubblicato per SEM. Non è la prima volta che lavori sulla materia fiabesca
L’interesse è nato per delle ragioni pratiche, avevo una figlia piccola che mi costringeva ad inventarmi a getto continuo delle fiabe. Per un suo compleanno ho voluto farle un regalo: ho cercato di ricordare le fiabe che le raccontavo, le ho messe in fila e ho fatto rilegare un libro, ci ho messo anche dei disegni. Questo libro intimo è rimasto per venticinque anni nel cassetto, poi una persona di Einaudi lo è venuta a sapere e lo ha pubblicato. È andato bene, ha vinto anche il Premio Andersen. All’inizio sembrava un controsenso, visto che gli altri libri che scrivevo erano spesso aspri, duri. In realtà anche la fiaba ha un contenuto elementare ma estremo. Dopo questo primo libro Fiabe per la Maria, ho scritto Fiabe un po’ da ridere un po’ da piangere, una fiaba unica, piccola ma molto amara. Poi è arrivato quest’ultimo lavoro di riflessione, Fiabe, ma non è finita perché tra un paio di mesi ci sarà una sorpresa.

ritratto di Antonio Moresco
© Leonardo Cendamo / LUZ
Mi sembra che gli archetipi delle fiabe ritornino nei tuoi romanzi e prendano delle forme nuove. Figure come il Gatto, la Pesca, la Donna dalla Testa Espansa hanno qualcosa in comune con Gretel, la Fanciulla senza Mani, il Pifferaio Magico?
È giusto, ma anche questa è una cosa che ho capito dopo. A me interessava l’elemento emblematico; ad esempio in Canti del Caos i personaggi sono degli emblemi, a volte sono chiamati con il nome di ciò che fanno come La Donna che Canta, oppure con dei nomignoli. Non ho voluto avvicinarmi ai personaggi con la psicologia, ho voluto far cozzare delle forti componenti di senso le une contro le altre. Sto seguendo una strada che è lontana dal romanzo psicologico e dall’illusione di una rappresentazionerealistica. A me interessa andare in verticale, rompere l’apparenza di ciò che si vede e andare al cuore delle cose. Ė questo movimento dell’andare al vertice delle cose che apparenta la fiaba a gran parte della letteratura. Ed è il mio cammino.
E poi ci sono le Fiabe Mistiche…
Mistico è una parola abusata, vuol dire tutto e niente. A me interessa l’aspetto di avvicinamento a qualcosa che rimanda ad altro. Anche descrivendo un paesaggio posso descrivere la mia anima e questo mi interessa molto. Se vogliamo andare al nocciolo del significato, la parola, “mistico” emerge in campo religioso quando si crea un conflitto tra chi detiene le chiavi della dottrina e un altro tipo di figura, in genere monaci o donne, tagliati fuori da questo ruolo, che sostengono che si può accedere direttamente a Dio senza passare dalla dottrina. Io questo approccio lo sento molto, sarà che sono un autodidatta, non ho fatto l’università e ho imparato per passione, da solo, ma mi sento più vicino alle mistiche che ai dottori della Chiesa.

Sandro Piccinini

L’uomo in più

Il telecronista sportivo simbolo di Mediaset è anche il più amato dell’internet: racconto di una carriera “‘Ccezionale”, dagli esordi a Teleroma 56 alle finali di Champions. Fino ai mondiali senza l’Italia

Testo di Marco Villa

ritratto di Sandro Piccinini
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Soffitti altissimi, pareti bianche, pochi mobili. L’abitazione milanese di Sandro Piccinini è essenziale, non c’è nulla oltre lo stretto necessario. Le tv sono tutte accese su eventi sportivi a un volume impercettibile, giusto a ricordare che è impossibile staccarsi del tutto dallo sport. Del resto Piccinini nella sua carriera non ha mai staccato. Diventato nel tempo il telecronista simbolo di Mediaset grazie anche a un vocabolario entrato nell’immaginario di tutti gli appassionati di calcio, Piccinini è una bandiera della propria azienda, in controtendenza con il mondo del pallone che racconta da decenni; dove le bandiere sono da tempo ammainate.
ritratto di Sandro Piccinini
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Negli ultimi anni Piccinini poi è diventato anche altro. Dal tormentone al meme il passo è breve, e “Non va!“, “‘Ccezionale!“, “Proprio lui!“, sono passati con la massima tranquillità dalla telecronaca calcistica ai social media. Lui l’ha presa bene, e in passato ha anche voluto giocarci, per esempio con l’ormai leggendaria pagina Shottini con Piccinini. Passo indietro: era il 1978 quando iniziava a collaborare con le prime tv private. Qualche anno di riscaldamento e poi la svolta, con l’ingresso nella redazione di Teleroma 56, dove incontra Fabio Caressa e Massimo Marianella, oggi colonne di Sky Sport. Punto di partenza comune incredibile, per rubare le sue stesse parole.
ritratto di Sandro Piccinini
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
L’Italia non sarà ai Mondiali: 15 anni fa in finale di Champions c’erano due italiane e nell’arco di poco avremmo vinto il Mondiale. Impresa della Roma sul Barcellona a parte, come sta il calcio italiano?
Posso dire di essere stato testimone di questo declino evidente, che è stato certificato in modo brutale dall’eliminazione dal Mondiale, che non avremmo meritato perché non siamo inferiori alla Svezia. È un risultato bugiardo, ma è indicativo del declino netto dell’Italia come paese e dell’Italia calcistica.
Ma è possibile sperare in un cambiamento?
No, perché dovrebbe essere a monte, dovrebbe arrivare dalla politica, ma è evidente che lì la situazione è ancora peggiore. Dovrebbe essere interesse della politica creare una struttura forte, che possa tutelare il sistema calcio, invece vogliono tutelare solo gli interessi dei vari presidenti. Il calcio è la fotografia del paese, in tutti i suoi aspetti e sopravvive perché abbiamo una tradizione molto forte, con club che hanno una storia importante. Però la Juventus che arriva in due finali di Champions è un miracolo gestionale: si sono fatti lo stadio, forse anche grazie al potere politico degli Agnelli, forse hanno avuto corsie preferenziali. Ma Inter, Milan e Roma sono in mano agli stranieri: imprenditori italiani non ce l’hanno fatta e sarà sempre peggio.

Luciano Fontana

Nuovo mondo Italia

Luciano Fontana dirige il “Corriere della Sera”: tra Philip Roth e gli inizi a “l’Unità” con D’Alema e Veltroni, gli abbiamo chiesto tutto sull’Italia uscita dalle urne il 4 marzo

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Luciano Fontana
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Venerdì di fine marzo, tarda mattinata; dentro al Corriere della Sera è in corso la riunione di redazione del quotidiano. Da una porta socchiusa al primo piano si intravede l’interno della Sala Albertini, dove sembra però che nessuno stia effettivamente parlando. Nessuna concitazione, gran silenzio.
ritratto di Luciano Fontana
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
In quel preciso istante di gran silenzio a Roma si tenta senza successo di eleggere i presidenti di Camera e Senato. In questo scenario troviamo Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che amministra la situazione sereno come potremmo esserlo noi la domenica pomeriggio a pranzo appena concluso. L’esperienza di 30 anni nei giornali conta, se c’è il caos: arrivato al Corriere nel 1997, nel 2015 è stato il successore di Ferruccio de Bortoli in via Solferino 28. Prima? Prima c’era stata la politica a Roma e l’Unità, prima ancora l’ANSA, prima ancora la FGCI, prima ancora Frosinone.
ritratto di Luciano Fontana
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Al momento in libreria con Un paese senza leader, uscito per Longanesi, Fontana è l’uomo giusto per fare il punto sull’Italia uscita fuori dalle elezioni del 4 marzo scorso.
ritratto di Luciano Fontana
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Siamo al 1997: arrivi al Corriere e a Milano. Conoscevi già la città?
C’ero stato poco, qualche volta per lavoro, ricordo una visita di Gorbačëv, sentivo spesso la redazione milanese, ma non era una città che conoscevo, anzi. Una città diversa da com’è oggi, e il primo impatto per uno che viene da Roma..
Erano anche altri anni e un’altra Milano
La città era un po’ in difficoltà, un po’ “chiusa”: però via via è una città che ho visto cambiare completamente, mutare faccia. Adesso non tornerei più a Roma.

Maria Grazia Mattei

Il migliore dei futuri possibili

Maria Grazia Mattei ha inventato Meet The Media Guru: abbiamo ripercorso con lei il mix di arte e tecnologia che è riuscita a intercettare prima di chiunque altro

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Maria Grazia Mattei
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Chi vive a Milano e lavora nel terziario avanzato – o fa un lavoro difficile o impossibile da spiegare ai propri genitori – negli ultimi 13 anni è stato sicuramente a una serata di Meet The Media Guru: un ciclo di incontri organizzati dalla giornalista ed esperta di nuove tecnologie Maria Grazia Mattei dove in oltre un decennio sono sfilati i più grandi nomi della cultura digitale e non. Un format cresciuto negli anni quello del talk che analizza e spiega le rivoluzioni di cui ancora dobbiamo capire appieno la portata; che da quest’anno grazie a Fondazione Cariplo ha anche una “casa”, un luogo dove ospitare eventi e non solo: è MEET, il centro internazionale per la cultura digitale che prenderà il posto dello Spazio Oberdan in Porta Venezia a Milano.
ritratto di Maria Grazia Mattei
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Nonostante una vita abbastanza sotto i riflettori – e illuminata anche dai riflettori altrui – di Maria Grazia Mattei però si sa poco, ed è un peccato. Perché è una miniera di storie illuminanti, che si intrecciano alle vette più alte della creatività italiana e internazionale degli ultimi 40 anni.
Il tuo primo incontro con i mondi digitali risale a fine anni ’70, giusto?
Sì, è stato alla fine degli anni ’70: avevo cominciato a scrivere per una rivista, Zoom, e mi occupavo di video arte e multimedialità, volevo esplorare nuovi linguaggi. Quell’anno lì finisco a Roma per vedere un gruppo di artisti e incontro i Crudelity Stoffe. Erano due ragazzi, Marco Tecce e Michele Böhm, che nel loro “garage all’italiana” stavano sperimentando un software che avevano creato su un computer Apple. Era un software per disegnare forme e immagini in animazione e trasformava un segno in un altro: sto estremizzando, ma era una specie di pre-morphing. Quando ho visto il loro lavoro e la loro teoria dell’abolizionismo, una forma che abolisce l’arte e ne genera un’altra, ho pensato “Questo è il futuro”. Il mondo sarà digitale.
Saltiamo in avanti, l’anno è il 1995: organizzi Oltre il villaggio globale in Triennale a Milano
Volevamo studiare le evoluzioni nel mondo dei media, la mediamorfosi nell’impatto con una cosa che oramai era accaduta, la rete, un tema era quello. Poi c’era la grafica computerizzata, gli effetti speciali nel cinema, siamo andati a vedere cosa poteva accadere in tutti i campi dei media. Lì Studio Azzurro aveva portato la sua prima installazione interattiva, Tavoli (Perché queste mani mi toccano?), una narrazione interattiva dove era il tatto a muovere le storie.
ritratto di Maria Grazia Mattei
© Vito Maria Grattacaso / LUZ

Alessandra Perrazzelli

La forza gentile

Alessandra Perrazzelli è vicepresidente di A2A ed è stata la prima banchiera donna d’Italia: partendo ventenne dallo studio legale del fratello di Fabrizio De André

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Alessandra Perrazzelli
© LUZ
Celati nelle vie più prestigiose di Milano, il Circolo dell’Unione, la Società del Giardino, il Clubino, sono luoghi per pochi. Circoli per gentiluomini deputati al networking d’alto profilo, che nell’elenco dei soci vantano nobiltà, professionisti di buon livello e nel complesso classe dirigente; nulla di male, le relazioni contano.
ritratto di Alessandra Perrazzelli
© LUZ
Il problema è che i gentiluomini spesso sono gli unici ammessi. Le donne, no. Così a un bel momento una donna si è stufata e si è fatta promotrice di un circolo in cui le donne erano ammesse, il Club for Leading Women, all’interno di Clubhouse Brera in Foro Bonaparte. Ecco in breve chi è Alessandra Perrazzelli. Avvocatessa nata a Genova, curriculum impressionante tra l’Italia, gli Stati Uniti e Bruxelles, ex presidente di Valore D, è stata la prima banchiera donna d’Italia – country manager per Barclays, fino al 2017 – e da gennaio 2018 è vicepresidente di A2A. Di sé dice “Ho cambiato spesso luoghi, professioni e persone. Restando attaccata alle mie origini”
ritratto di Alessandra Perrazzelli
© LUZ
Ha girato il mondo, New York, Bruxelles, Roma, ed è finita a Milano: che cosa ha di speciale Milano in questi anni?
Intanto avevo il desiderio di tornare a casa, sono anche madre di due figli, che sono nati in Belgio e sono per metà irlandesi e metà italiani. Volevo fargli conoscere le loro radici italiane. Quando sono rientrata era ancora la Milano pre-Pisapia: dopo le elezioni del 2011 ho visto cambiare la città in una maniera incredibile. Mi sono sentita parte di un cambiamento e mi sono riappropriata della mia identità italiana attraverso la rinascita di questa città. Sono arrivata nel momento giusto.
Carriera e famiglia: leggendo in giro sembra che sia riuscita a non rinunciare a niente. Qual è il segreto? Lo dica anche a noi. Vede anche le serie tv?
Adesso sì, ho cominciato anche con le serie! Però le rinunce ci sono state eccome. La scelta per una donna di lavorare a questi livelli e di avere una famiglia passa attraverso il fisico, nel senso che bisogna davvero avere tanta forza, e anche avere una disponibilità economica per avere aiuto. Perché senza la possibilità di avere in casa una persona che ti possa aiutare, che possa esserci quando tu non ci sei… vorrei che questo fosse chiaro.

Sergio Romano

L’uomo che ha visto tutto

Reagan e Saragat, la Londra anni ‘60 dei Beatles, De Gaulle e il ’68 parigino, l’URSS in disfacimento: da Mosca a Washington, Sergio Romano è stato ovunque. E ricorda ogni dettaglio

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Sergio Romano
© Leonardo Cendamo / LUZ
Sergio Romano, classe 1929, diplomatico, scrittore, storico e giornalista. Si è presentato con puntualità impressionante a ogni appuntamento con la Storia: ha visto tutto, conosciuto tutti. Una carriera diplomatica che comincia alla Farnesina nel 1954 e si allunga per decenni, sempre nei luoghi chiave del cambiamento nel secolo breve: Londra, Parigi, Mosca. Titolare di una rubrica di posta sul Corriere della Sera proseguita per 11 anni, ha insegnato ad Harvard e in Bocconi, dato alle stampe una quantità di saggi storici, appunti e memorie che per elencare adeguatamente servirebbe un articolo a parte. A dover scegliere un’opera: Memorie di un conservatore, del 2002. Ultimo libro: Trump, edito da Longanesi, un ritratto del Presidente imprevisto, a un anno dalla sua elezione.
ritratto di Sergio Romano
© Leonardo Cendamo / LUZ
Nato a Vicenza, vive a Milano in un grande e luminoso appartamento a pochi passi dal Duomo: tra pendole gigantesche che rintoccano ogni mezz’ora e librerie sconfinate dove accumula migliaia di tomi, a occhio di altri secoli.
ritratto di Sergio Romano
© Leonardo Cendamo / LUZ
Professor Romano: questo momento le ricorda qualcosa del passato?
Negli studi storici si possono sempre trovare delle analogie, la totale originalità della storia non esiste, molte vicende si assomigliano. Ma attenzione, sono sempre diverse.
Tutto vero e falso allo stesso tempo
Certamente. Io credo che sia un dato dovuto alle nuove tecnologie e alla rivoluzione del mondo dell’informazione. La durata di vita delle notizie si è enormemente accorciata. E poi tutti gli uomini di Stato di quel tipo sono affascinati dalla possibilità di lanciare messaggi che vengono immediatamente letti, e che per la loro brevità possono essere letti da un numero considerevole di persone.

Mara Maionchi

Il desiderio di essere come Mara

Mara Maionchi si racconta: dagli esordi ai successi, e nel mezzo tutto, Morricone, Battisti, Tiziano Ferro e Fedez compresi. Perché è sempre meglio “essere circondati da persone più brave di te, che pensare siano tutte pippe”

Testo di Marina Pierri

ritratto di Marina Pierri
© Alberto Bernasconi / LUZ
Ride nei nostri schermi casalinghi ormai da anni. Anzi: esercita quella risata sincopata, ritmata, scandita da tre distinti “ah” consecutivi che è una delle sue cifre. Piange nei nostri schermi da anni. Si commuove perché così va, perché qualcuno “le è arrivato” o ha captato – con le sue antenne – un disagio nascosto nella melodia. È coinvolta, e lo mostra; oppure non è affatto impressionata, qualcosa non l’ha convinta, guarda in basso verso il plico di fogli spillati sul tavolo dei giudici, chiude le labbra dipinte da una striscia di rossetto arancio, o rosa acceso, o rosso ogni volta che non approva quanto ha visto e ascoltato. È bellissima: davvero, lo è. A 76 anni. Con quella messa in piega eterna, i capelli rame, le camicie ampie con il colletto alzato e gli orecchini didascalici a forma di stella o di nota musicale. Non è una macchietta, nonostante dopo tanto tempo continui a essere assolutamente se stessa e sia dunque assai riconoscibile nelle sue idiosincrasie. Dice “cazzo” ogni due minuti. È Mara Maionchi. Che ho intervistato a casa sua.
ritratto di Marina Pierri
© Alberto Bernasconi / LUZ
Prima dell’incontro ho letto l’autobiografia di Mara, Non ho l’età (Baldini & Castoldi, 2009). E mi sono venute in mente talmente tante domande da farle che sono arrivata con una scaletta lunga due pagine di Word che ricostruivano la sua vita dalla nascita a oggi. Non sorprende neppure me che sia riuscita a fargliene soltanto una manciata: Maionchi è una donna autorevole dal pensiero vorticoso e, seduta sul suo divano fantasia, a un certo punto ho gettato la spugna consentendole di dettare la direzione della conversazione. I miei appunti non li ho guardati più anche perché quando Mara ti parla ti fissa, ti vede. E forse questo è, in parte, il segreto della sua maieutica: la stessa che ha dato origini al successo di innumerevoli musicisti.
ritratto di Marina Pierri
© Alberto Bernasconi / LUZ
Il tuo libro, Non ho l’età, è divertente. Accessibile.
Be’, tanti mi dicono che potrei scrivere qualcos’altro. Però ci sono dei fatti che accadono e riguardano da vicino anche altre persone, è meglio non essere esagerati. Io sono sovente esagerata ma preferisco esserlo con quello che mi gioco io.
È il racconto della tua carriera, ed è di ispirazione. Perché nel lavoro ti sei mossa come una freccia: verso l’alto. Si resta abbastanza affascinati.
Devo dirti che anche io sono affascinata dalla mia stessa carriera, non so come ho fatto. Rido, ma è vero! Ho cominciato a lavorare nel 1959. Sono sessant’anni fa, quasi. E lavorare è una delle cose che amo. Ho avuto la fortuna di cominciare nella musica per caso. Ho letto un annuncio sul Corriere della Sera. Mi sono presentata che avevo già fatto altre cose. Pensa che due anni fa al Ciak mi ha invitato l’amministratore delegato dell’azienda per cui ho iniziato a Milano. Facevo le relazioni sull’effetto degli anticrittogamici su una coltivazione per esempio di tabacco, parlavo con gli entomologi. Hanno fatto una cena dopo una convention finale e mi sono divertita. Cioè, l’amministratore delegato era il nipote del mio capo, eh. Sono stati carini, si sono ricordati.

Costantino della Gherardesca

Sostiene Costantino

Il punto della situazione con CDG: tra Renzi, Salvini, le doppie morali di Italia e Iran, Rovazzi, e la cravatta di Trump. E l’arte da comprare e da vendere

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Costantino della Gherardesca
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Nome completo, Costantino della Gherardesca Verecondi Scortecci, ovvero: l’unico motivo per guardare la tv generalista oggi come oggi. Attore, conduttore televisivo e radiofonico, autore, deus ex machina di Pechino Express, quarantenne dal 29 gennaio scorso. Nato in una famiglia con un migliaio di anni di storia e apparsa nella Commedia dantesca grazie alle gesta del Conte Ugolino, vive in una dimora impeccabile nel centro di Milano – “Sono qui da marzo, in affitto” precisa – dimora che pare più una galleria d’arte contemporanea di ottimo livello che un’abitazione.
ritratto di Costantino della Gherardesca
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Tiene l’aria condizionata su temperature artiche, gli armadi perfettamente in ordine e in camera da letto un tappeto che ritrae Khomeini. Quest’anno ha dato alle stampe per Rizzoli Lizard, Punto – Aprire la mente e chiudere con le stronzate, intelligente parodia – illustrata da Ciro Fanelli – dei manuali di auto-aiuto con cui ci illudiamo di risolvere l’esistenza. Lo ha scritto, chiaramente, per soldi.
ritratto di Costantino della Gherardesca
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Quali sono oggi i tuoi divertimenti?
Per me è una grande gioia quando vado in Paesi dove c’è uno scarto tecnologico; quando dall’Italia vai a Taiwan, Hong Kong, Singapore, o volendo anche in Giappone, anche se non lo amo particolarmente. Tutti Paesi che sono palesemente più ricchi e avanzati del nostro. E tu ti rendi conto di vivere in Marocco, in un Paese dove ci sono magari degli alberghi meravigliosi per i turisti sul lago di Como, a Positano, a Venezia, e poi il resto del Paese è in leggerissimo disagio. Un disagio di cui però non ti rendi conto finché non hai quello scarto e non arrivi in un aeroporto più avanzato e in una società più evoluta.
Posto che la realtà è un posto orrendo, dacci un consiglio per starne lontani
Non accettare l’economia basata sul credito e sul debito, bensì vederla un po’ più, alla… come si chiamava quello scrittore francese, che aveva una visione dell’economia come la potlatch economy dei nativi americani? Dove era tutto basato sul dispendio, sulle offerte, sui regali, dove non esisteva il debito e il credito? Georges Bataille! Ho questa visione alla Georges Bataille dell’economia. Infatti sono pieno di debiti.

Salvatore Aranzulla

Il favoloso mondo di Aranzulla

La storia di Salvatore Aranzulla: uno dei pochi che sono riusciti a fare i soldi con internet, con un sito nato perché “C’era poco da fare giù in Sicilia”

Testo di Gabriele Ferraresi

ritratto di Salvatore Aranzulla
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Salvatore Aranzulla ha 27 anni, è un meme vivente e una leggenda dell’internet italiano. Impossibile non essere finiti sul suo aranzulla.it, dove da ormai quasi quindici anni risponde a quesiti tecnologici di ogni genere con una sintassi ripetitiva, ipnotica, che meriterebbe uno studio a parte. Nell’attesa che qualche accademico dedichi una dissertazione al tema, Aranzulla viene premiato in egual modo dall’indicizzazione di Google e dai lettori: è infatti uno dei pochi a guadagnare davvero con internet e forte di un fatturato 2016 di circa 2 milioni di euro accarezza l’idea di vendere il sito che porta il suo nome. Piuttosto timido, mite, riservato, non si concede né si è mai concesso grandi follie. Ha un’idea tutta sua degli influencer – i nipoti dei blogger, in un certo senso – e dell’internet in generale, ma non fermatelo per strada: non ama essere riconosciuto.
ritratto di Salvatore Aranzulla
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Davvero ti riconoscono spesso per strada?
Eh sì… ma io sono una persona stratimida, quando vedo che mi stanno riconoscendo cammino più veloce per non farmi fermare, poi alcuni ci riescono, mi inseguono.
Che cosa ti rinfacciano più spesso?
Chi muove delle critiche in genere dice “Vieni definito divulgatore informatico, ma poi parli di come installare l’antivirus” in realtà per il mio target è giusto così. Per fare altro ci sono siti diversi: html.it ha un target per sviluppatori, per persone che vogliono imparare a usare i programmi a livello professionale, esattamente come ci sono altri siti specializzati, come Hardware Upgrade o Tom’s Hardware, che sono specializzati sull’hardware, sulla scheda madre e altro. Da me non troverai mai un contenuto di quel tipo.
ritratto di Salvatore Aranzulla
© Vito Maria Grattacaso / LUZ
Salvatore, un passo indietro: dove è cominciato tutto?
Sono nato in Sicilia, fino a qualche anno fa abitavo a Mirabella Imbaccari, in provincia di Catania, 1000 abitanti, un paese piccolissimo, di quelli che si trovano nel centro della Sicilia. Lì è nato aranzulla.it.
Quando ti sei accorto che potevi guadagnare col sito?
Tra il 2008 e il 2009 quando misi un codice per misurare le statistiche mi resi conto che era visitato da 300mila persone al mese. Risolvendo i loro problemi, mi scrivevano per risolvere altri problemi che non avevano soluzione… così cercavo di riprodurre l’errore e pubblicarlo. Da lì in poi il sito è cresciuto, quasi raddoppiando di anno in anno.